Non chiamatela… pet therapy!!!

Nel primo numero di questa rubrica abbiamo anticipato che avremmo parlato di pet therapy e questo articolo vuole proprio essere introduttivo all’argomento.

Solitamente quando si scrive un articolo il titolo è l’ultima cosa, e spesso la più complessa, alla quale si pensa; tuttavia questa volta il titolo è stato il primo ed è venuto quasi da solo “Non chiamatela Pet Therapy”!

Vi starete chiedendo come mai, forse una provocazione? Nel corso dell’articolo cercheremo di condurvi lungo questa riflessione che ci ha impegnate a lungo e tenteremo di dare una risposta   a questa domanda.

Il neologismo “pet therapy” viene convenzionalmente attribuito allo psichiatra statunitense Boris Levinson che per primo parlò in modo ufficiale della valenza positiva che può avere la presenza di un animale domestico all’interno di una relazione di aiuto. Nello specifico lo psichiatra aveva nello studio, in cui abitualmente vedeva i suoi piccoli pazienti affetti da diverse patologie e forme di disabilità, il suo cane.

Abbiamo utilizzato il termine ufficiale perché se è vero che Levinson fu il primo a cercare di sistematizzare e teorizzare ciò che empiricamente aveva notato emergere nell’interazione tra i pazienti e il suo cane, è anche vero che altri, prima di lui, avevano notato la modalità con cui gli animali partecipano ed entrano nella relazione quando sono condotti all’interno dello studio, senza tuttavia arrivare a nessuna forma di teorizzazione. Riteniamo che questo sia dovuto non tanto ad uno scarso interesse da parte di tali autori, quanto al fatto che i tempi fossero prematuri e che fossero osservazioni custodite nella sfera intima.

Un nome per tutti? Sigmund Freud! Eh sì proprio lui, il padre della psicoanalisi, colui il quale ha segnato una svolta, un giro di boa nello studio della mente umana.

Freud fu grande amante dei cani e l’intera sua vita fu accompagnata dalla loro presenza, primo tra tutti il cane lupo alsaziano Wolf che Freud regalò alla figlia Anna. Tuttavia l’interesse del padre della psicoanalisi fu per una razza specifica e estremamente particolare: il chow chow. La passione per questa razza particolare si intreccia all’amicizia che legò Freud alla Principessa Marie Bonaparte, sua fedelissima allieva ed amica, fu proprio lei a regalare a Freud Jo-Fi, femmina di chow chow.

La storia di Topsy e di Jo-Fi, i due chow-chow rispettivamente di Marie Bonaparte e di Freud, rappresenta una sorta di suggello alla loro amicizia. Topsy e Jo-fi erano due esemplari della stessa cucciolata, nati nella casa della Principessa ed il cui capostipite era stato Tatoun, il primo esemplare di tale razza, entrato nella casa di Marie Bonaparte per volere di suo marito Giorgio di Grecia.

Forse vi sentirete disorientati e vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con la pet therapy… Ebbene fu lo stesso figlio di Freud, Martin, nel libro “Glory Reflected: Sigmund Freud – Man and Father” del 1957 , a testimoniare che il padre con alcuni pazienti teneva Jo-Fi in studio scrivendo: “ quando Jo-Fi si alzava e sbadigliava, era questo il segno che l’ora era conclusa; essa non si fece mai sorprendere in ritardo nell’annunciare la fine della seduta, benché mio padre sostenesse che era capace di un errore di forse un minuto, a spese del paziente” .

Solo una grande mente, una mente che ha scardinato convinzioni, dogmi e preconcetti,  ma soprattutto una mente aperta alle relazioni e allo stare con poteva cogliere e dare valore al significato della presenza di un animale accanto all’uomo.

Freud non teneva Jo-Fi nella stanza con tutti i pazienti ma solo con alcuni, ad altri inoltre permetteva di andare in seduta con il proprio cane, ma soprattutto Freud non faceva pet therapy! Tuttavia, da uomo attento e sensibile qual era, aveva notato come i comportamenti di Jo-Fi cambiassero rispecchiando lo stato d’animo dei pazienti; si presentava pertanto calma e si accucciava accanto al lettino qualora il paziente si mostrava sincero e franco e si allontanava quando il lavoro introspettivo del paziente era scarso e lacunoso. Non mancava inoltre di utilizzare Jo-Fi quale tramite per comunicare al paziente alcuni elementi ad esempio confrontando o dando un significato ad un comportamento dell’animale rispetto a ciò che emergeva da parte del paziente.

Freud non lavorò e non approfondì mai gli aspetti della relazione uomo-cane. Considerava il cane dotato della capacità di provare amore puro, di non mescolare amore e odio nelle relazioni oggettuali, caratteristica questa propria invece dell’uomo. Ed inoltre sosteneva che l’amore che nutriamo per i cani sia come quello che l’uomo nutre per i bambini.

 

“I cani amano gli amici e mordono i nemici, a differenza degli esseri umani,

che sono incapaci di amore puro e confondono l’amore con l’odio nelle loro relazioni”

  1. Freud

 

Siamo intorno al 1930, Freud morirà a Londra nel 1939, come sono cambiate oggi le cose?

Per correttezza storica non dimentichiamo che altri illustri prima di Freud avevano parlato dell’uomo e della sua relazione con gli animali, così come dei benefici apportati dal montare a cavallo, come Senofonte che consigliava l’arte equestre per riabilitare il corpo e la mente.

Dopo Freud e Levinson,  Samuel A. ed Elisabeth O, Corson ed i ricercatori Aaron Katcher e Erika Friedmann lavorarono intensamente nell’ambito della pet therapy. Nel 1977 venne fondata la Delta Society statunitense, organizzazione volta a promuovere l’impiego di animali al fine di migliorare la qualità della vita delle persone in condizioni di disagio e nel 1990 venne fondata l’IAHAIO (International Association of  Human Animal Interaction Organizations).

Ma insomma perché non dobbiamo chiamarla pet therapy?

Il termine pet therapy inizialmente coniato come neologismo univa la parola pet ovvero il termine anglosassone che identifica, come sostantivo animale domestico e come verbo coccolare, e con therapy, terapia.  Questo termine poteva andare bene agli inizi in quanto tutti gli autori effettivamente hanno utilizzato il loro animale d’affezione, tuttavia oggi tale termine risulta non corretto e impreciso, ma utilizzato molto nel linguaggio comune. Oggi infatti negli Interventi Assistiti con gli Animali si possono usare animali diversi fra cui cavalli e asini che non sono considerati come animali d’affezione ma come animali da reddito (ma questa è un’altra storia). Le cose sono ancora più complesse, infatti il termine è stato sostituito con Interventi Assistiti con gli Animali ( di seguito indicata con IAA). Vi starete chiedendo se non fosse più semplice l’altro termine, ovvero pet therapy; si effettivamente si, tuttavia la dicitura IAA è riconosciuta a livello internazionale e contiene in sé una triplice distinzione fondamentale.

Gli IAA infatti si suddividono in

  • Attività assistita con gli animali (AAA)
  • Educazione assistita con gli animali (EAA)
  • Terapia assistita con gli animali (TAA)

Andremo a esplicitare le tre tipologie in un articolo specifico e a parte, ma anticipiamo che le tre tipologie si distinguono per avere obiettivi, modalità attuative e professionisti diversi e non ultima una preparazione degli animali proporzionale al campo di intervento.

Un ultima ma fondamentale considerazione è che l’Italia nell’ambito degli IAA si pone come capostipite. E’ si, noi che ci lamentiamo del nostro paese per molte cose, questa volta, su questo argomento non possiamo proprio farlo perché l’Italia è il primo paese ad aver emanato delle Linee Guida sugli IAA. Nel Marzo 2015 è infatti stato siglato l’Accordo, ai sensi degli articoli 2, comma 1, lettera b) e 4, comma 1 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281 tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano sul documento recante “Linee guida nazionali per gli interventi assistiti con gli animali (IAA)”. Un accordo del quale si è fatto promotore il Ministero della Salute e che oggi è preso da esempio e modello.

Le Linee Guida sugli IAA sono una colonna ed una base sulla quale poter continuare a lavorare al fine di migliorare la qualità degli IAA affinché il benessere delle persone e degli animali coinvolti venga garantito e tutelato.

Speriamo, con questo articolo, di avervi dato uno spunto di riflessione e di aver contribuito a rendere la storia di questo tipo di interventi più chiara. Saremo contente se da oggi non parlerete più di pet therapy ma Interventi Assistiti con gli Animali! E se il vostro interlocutore mostrasse un certo stupore e disorientamento nel sentire questi termini, non perdetevi d’animo e iniziate a declamare gli IAA, al più il rischio peggiore sarà quello di vedere il povero malcapitato sonnecchiare in preda ad un disorientamento. Scherzi a parte nel prossimo articolo forniremo indicazioni chiare e precise e il mondo degli IAA non avrà più segreti e verrà poi naturale non parlare più di… pet therapy!

 

Dott.ssa Valentina Notari – psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico specializzata in Riabilitazione Equestre e Interventi Assistiti con gli Animali.

Dott.ssa Fiorenza Scagnetto – Presidente e Responsabile del centro di Riabilitazione Equestre e Interventi Assistiti con gli Animali “La Terra di Hope” (www.laterradihope.it).